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10 giugno 2011

Il rating questo sconosciuto

Le risposte al sondaggio proposto nel box a destra sulla componente qualitativa del rating non sono ancora abbastanza numerose da permettere di trarre qualche conclusione. Sino ad oggi sembrano indicare che nei casi in cui le domande qualitative vengono poste all’impresa un piccolo effetto (sperabilmente positivo) c’è. Preoccupa semmai la percentuale del 20% di risposte che indica che gli aspetti qualitativi non sono mai stati rilevati.

Parlando del rating assegnato dalle banche alle imprese ciò che mi colpisce è come questo aspetto sia ancora troppo trascurato dalle imprese, che in larga misura non conoscono la fascia di rating in cui sono collocate dalle rispettive banche. E non conoscendolo, mi domando come possano adottare dei comportamenti attivi e volti a studiare come migliorarlo. Il meccanismo con cui il rating viene calcolato è complesso e rimane piuttosto oscuro, ma questo importa fino a un certo punto. Tutti gli articoli che ho pubblicato sulla classificazione in fasce di rating del portafoglio crediti delle singole banche dovrebbero aiutare a capire che essere in una fascia piuttosto che in quella successiva può determinare la probabilità di avere o non avere più credito. Eppure sono moltissime le PMI che si dimenticano di chiedere alla propria banca la fascia di rating che gli è stata assegnata e sono parecchi i casi in cui le imprese si danno una sommaria autovalutazione, che non corrisponde affatto alla realtà.

Nel primo periodo di introduzione dei rating (parliamo di diversi anni fa) molte banche -seguendo le prime indicazioni di Banca d’Italia- non ritenevano che il voto dovesse essere comunicato in modo esplicito all’impresa cliente, trattandosi per l’appunto di un ‘rating interno’. Ben presto hanno capito che invece l’unico modo per innescare dei comportamenti o delle decisioni migliorative era quello di rendere esplicito il giudizio di rating per poi aiutare i clienti con vari strumenti, anche informatici, a fare scelte finanziarie che avessero un effetto positivo sul rating stesso. Si è giustamente innescata una competizione tra alcune banche su come farlo nel modo più comprensibile ed efficace. Per questo motivo il rating oggi non è più un segreto e non ha alcun senso che resti sconosciuto.  Sbaglia chi non chiede alla banca di sapere, perché le banche sono più che disponibili a rivelarlo e solo facendo domande ci si  può rendere conto del grande peso che sul rating ha la componente ‘andamentale‘ ovvero un insieme di informazioni di breve periodo che attestano la regolarità del comportamento dei flussi finanziari (esempio la percentuale di insoluti) e il rispetto dei limiti di affidamento, i quali sono spesso proprio la causa di peggioramenti del rating.

La conoscenza del proprio rating e la simulazione degli interventi atti a migliorarlo sono uno dei principali strumenti a disposizione delle imprese per gestire bene la propria sfera finanziaria e per migliorare sostanzialmente il rapporto con le proprie banche. Che sia la banca a proporlo (come ad esempio sta facendo Intesa con un accordo stipulato insieme a Confindustria) va benissimo, ciò non toglie che spetterebbe alle imprese fare comunque la prima mossa.

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Pubblicato in: credito

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