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30 maggio 2011

L’anatra zoppa e i medici illustri

PARTE PRIMA

Anatra zoppa, o lame duck in inglese, è un termine che in politica e in finanza identifica qualcosa che era importante ma non riesce proprio a funzionare. In questo caso l’etichetta si applica perfettamente alla nostra Borsa e alla quotazione di nuove imprese, che rimane largamente una chimera. I medici che si avvicendano intorno all’anatra sono molti e importanti. Di recente si sono espressi sulla necessità di curare e rinvigorire l’anatra il presidente della Consob Giuseppe Vegas, accademici (il prof Francesco Cesarini dell’Università Cattolica), lo stesso amministratore delegato della Borsa Italiana Raffaele Jerusalmi, il Governatore della Banca d’Italia e operatori finanziari di grande esperienza come Eugenio Morpurgo di Fineurop per citare solo qualcuno tra i più importanti che abbiamo letto sulla stampa specializzata.

Le diagnosi sconsolate dei medici più o meno combaciano: i piccoli e medi imprenditori non guardano alla Borsa con favore per una serie di ragioni anche tecniche (i costi, la necessità di trasparenza…) che spesso celano e forniscono un alibi perfetto per nascondere la vera ragione che è quella di non avere soci ingombranti intorno.  In altri casi qualcuno comincia a dire con più onestà che quotarsi in Borsa serve per raccogliere capitali per la crescita, non per fare intascare parte dell’investimento ai soci, circostanza che si ripete puntualmente nelle nuove quotazioni.

Le medicine suggerite per curare l’anatra sono abbastanza simili e girano intorno a problemi collaterali senza mai intaccare il vero problema della diffidenza del ceto imprenditoriale verso i meccanismi e le conseguenze della quotazione sul governo dell’impresa (vedi il caso limite della Kerself). Così si finisce più o meno sempre a dissertare di quali incentivi fiscali varare e di semplificazione delle procedure di ammissione. E’ pur vero che fisco e semplificazione sono due parole a cui gli imprenditori sono sensibili, ma visto che quanto provato e riprovato in oltre 30 anni non ha funzionato sarebbe ora di domandarsi se non vi sia altro da tentare per guarire il malato.  Intanto la situazione non migliora, anzi… Dopo Philogen ora anche Rhiag ha deciso di rinunciare alla quotazione trincerandosi dietro la ‘tiepida accoglienza’ degli investitori che a quanto sembra non permette alla società di valorizzare adeguatamente la società.

Ecco, questo è uno dei veri problemi: la valorizzazione che per chi si vuole quotare è sempre, per motivi affettivi o di mero portafoglio, ben superiore a quanto il mercato è disposto a pagare. Ma se il mercato si chiama così è perché fissa il prezzo giusto al momento giusto e quindi ha ragione per definizione.  E nel caso di Rhiag il venditore non è un imprenditore che cerca fondi per la crescita, ma un fondo di private equity che vuole uscire e realizzare un profitto dal suo investimento. Il fondo Alpha ha sicuramente i suoi buoni motivi, ma questa non è una ‘buona’ quotazione, è un riciclaggio di azioni tra investitori istituzionali e non, alquanto criticato da chi sa leggere i bilanci.   Intanto c’è chi ha aziende e le ritira dalla Borsa come fa la famiglia Bosatelli con la GEWISS; ora che la società ha ripreso a funzionare bene…grazie Borsa e addio.  Come Fastweb, ERG Renew, Graniti Fiandre. Sembra che per una società che decide de entrare (Sem, Moncler), due decidano di uscire.  Jerusalmi allarga le braccia e nell’intervista al Sole 24 Ore del 29 aprile dice che il vero motivo per cui le aziende italiane non si quotano “è che molte delle aziende italiane non sono votate alla crescita“. Forse ha ragione, o quantomeno si può pensare che molti imprenditori non pensano che la crescita passi per raccogliere fondi tra investitori e pagare dividendi nel tempo. Su questo punto Confindustria è sempre molto taciturna.

Fonte. Borsa Italiana

Nel resto del mondo le cose vanno diversamente e Dealogic (società leader nell’analisi dei mercati dei capitali internazionali) ci fa sapere che nel 2011 ci sono ben 400 nuove quotazioni sulla rampa di lancio. Borsa Italiana sta a guardare.

Non credo che si possa continuare a guardare al problema di rachitismo della nostra Borsa in isolamento rispetto all’intero eco-sistema finanziario e industriale italiano.  La crisi finanziaria e le sue lunghe propaggini hanno portato a galla due maxi-problemi. Il primo è la liquidità del sistema bancario, calata drasticamente dal 2008 e ora allocata dove viene meglio remunerata.  Collegato al primo problema dell’allocazione e della liquidità c’è il secondo: l’eccesso di debito nei bilanci delle nostre PMI.  Un grave problema, una zavorra che impedisce di crescere perché il credito è e sarà razionato con i nuovi criteri di vigilanza. Le banche hanno smesso di erogare benzina a prezzo ‘politico’ (di territorio) a qualsiasi impresa. Dovunque il debito ha raggiunto un tetto, un limite non c’è alternativa ad immettere capitale. Le banche vogliono imprese con più capitale, la Borsa è uno dei veicoli per trovare capitali e metterli al servizio dei piani di investimento crescita. Qualcosa deve succedere.
(LA SECONDA PARTE VERRA’ PUBBLICATA DOMANI).

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to “L’anatra zoppa e i medici illustri”
  1. Sono sempre convinta che il grosso problema dell’Italia sia nell’implementazione delle regole comunitarie senza fornire un sistema di transizione adeguato alla nuova regolamentazione (soprattutto se totalmente diversa da quella tradizionale); se con Basilea 1 era già chiaro che la PMI Italiana strutturalmente fosse esposta ad un rapporto debt/equity smisurato rispetto ai nuovi criteri, ma fino al momento dell’implementazione dei nuovi criteri tradizionalmente accettato e supportato dal sistema bancario, credo che il problema primario, ancora prima dell’implementazione della Direttiva, fosse di dare un tempo e delle linee guida al sistema PMI di adeguarsi e ricapitalizzare, magari con prodotti finanziari adeguati (perchè non favorire il rientro di capitali dall’estero strettamente funzionali alla ricapitalizzazione?);
    a questo si aggiunge il fatto che per la media impresa italiana, a differenza di altri Paesi, l’accesso alla Borsa era tradizionalmente sostituito -in toto- dalla dipendenza dalle banche; è un po’ un fatto “culturale”; ma per cambiare ci vuole 1) tempo e 2) un programma; per traghettare un sistema da un’esposizione totale al debito bancario verso una cultura più di mercato non bastano le regole, seppur importanti; prima si ristruttura la dipendenza dell’impresa dalla banca, lasciando la banca libera di implementare Basilea, poi si fornisce all’impresa l’alternativa del mercato, no?
    sono curiosa di leggere la seconda parte dell’articolo…

    • D’accordo su tutto. Se si eccettua un primo tentativo di ribilanciamento del rapporto tra capitale proprio e debito proposto e invocato da Alessandro Profumo in tempi non sospetti (la crisi finanziaria non era ancora alle porte) a cui la sua stessa banca e le altre hanno dato seguito con pochissima convinzione e poche proposte, non c’è stata alcuna programmazione di sistema a un problema che è di sistema.
      Della dipendenza dalle banche ho parlato senza mezzi termini nella Seconda Parte. Grazie per il commento molto centrato.

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