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18 maggio 2011

Profili di credito 2 : Carige

Oggi presento un po’ di numeri estratti dal bilancio 2010 del gruppo CARIGE, un gruppo bancario che si colloca nella fascia media con circa 26 miliardi di portafoglio crediti, un margine di intermediazione di oltre 1 miliardo che ha prodotto un utile netto di 177 milioni, inferiore del 13,7% a quello del 2009.  Il profilo di Carige che ci interessa è quello del portafoglio crediti sia per quanto concerne la componente di credito deteriorato, che la distribuzione di rischio.  Ricordo che sulla prima la classificazione tra banche è identica (sofferenze-incagli-ristrutturate-scadute) anche se ovviamente l’uso della classificazione ha qualche margine discrezionale, mentre la classificazione dei crediti per classe di rating dipende da differenti scale di rating che non sono mai veramente confrontabili.

fonte bilancio 2010- Gruppo Carige (dati in euro .000)

Venendo al gruppo Carige la prima vista sui crediti deteriorati verso clientela (tabella sopra) dice che la crescita del portafoglio crediti ‘guasti’ è stata molto più ridotta rispetto alle altre banche. Una crescita dell’11% si raffronta al 45% di BNL o al 33% di Cariparma. Tuttavia la distribuzione tra categorie del credito deteriorato è parecchio diversa dalle altre banche come si vede nella tabella. Sofferenze e incagli sono cresciute molto nel 2010 mentre si sono ridotte le esposizioni per ristrutturazioni e i crediti scaduti da oltre 180 giorni. La spiegazione non è scritta nel bilancio ma si potrebbe supporre che la Direzione Crediti abbia rivisitato a fondo il portafoglio dei ‘ritardatari’ e li abbia mandati a vero incaglio e dagli incagli abbia trasferito molto al recupero crediti (=sofferenze). La forte crescita delle partite ristrutturate mostrata da tutte le altre banche è per Carige un calo, come se la ristrutturazione del debito delle imprese non l’abbia mai toccata o non sia particolarmente seguita.

elaborazione Linker su dati bilancio 2010

Per quanto riguarda invece la distribuzione per livelli di rating o rischiosità, che classifica 29,3 miliardi di esposizioni per cassa (il bilancio ne presenta un totale di 26,6, qualcuno mi spiegherà la differenza…) il profilo che viene rappresentato nel grafico appare subito come molto spostato verso sinistra, quindi migliore di quello di molte altre banche. Questa distribuzione lascia supporre che Carige sia riuscita nel corso della crisi a filtrare meglio di altri il portafoglio clienti e quindi avere oggi una migliore qualità complessiva, una percentuale di clienti non-finanziabili limitata a ‘solo’ il 12-13% contro il 30-50% dei concorrenti e in definitiva una probabilità di avere un 2011 con mani commercialmente libere per crescere senza doversi impegnare in una pesante attività di controllo del portafoglio crediti.  Il condizionale è sempre d’obbligo perché la classificazione interna, pur figlia di modelli validati dalla Banca d’Italia, ha sempre una componente di soggettività in cui si può chiudere un occhio o uno e mezzo.

Non so se questa sia stata l’analisi fatta da chi si occupa di banche e quotazioni, va detto che la presentazione del nuovo Piano Industriale è stata accolta piuttosto bene dagli analisti e dal mercato. Per la mia prospettiva Carige fornisce l’impressione di avere un’eccellente capacità di contenimento dell’effetto crisi sui crediti: l’incidenza delle rettifiche sul margine d’interesse 2010 è del 16% battuto solo dal 12% di CREDEM. Inoltre con un portafoglio sostanzialmente ben classificato e molti clienti con un basso rischio finanziario ha le carte in regola per crescere su impieghi e finanziamenti.  Più di altri suoi concorrenti. Probabilmente non a buon mercato perché come recita il piano industriale tra le iniziative “progressivo incremento del ritorno economico (ROA) sugli impieghi e incremento del margine d’interesse sui volumi erogati /rischio assunto/capitale regolamentare assorbito” significa una sola cosa: gli spread aumenteranno, mentre la frase successiva “progressivo remix degli impieghi sulla base di considerazioni di rischio /rendimento” significa una volta di più che le imprese finanziariamente deboli devono prepararsi a tempi di siccità, come illustra la tavola 42 della presentazione del Piano la quale punta il dito sul disallineamento  dei prezzi praticati alle imprese cattive e pessime (finalmente qualcuno che usa i nomi veri e non le lettere dell’alfabeto…) i quali sono pesantemente sotto il vero costo. Un costo che è la somma dei costi di raccolta più il costo del rischio di quella categoria di clienti.  Il grafico può non dire nulla agli imprenditori, ma ad un occhio esperto dice che non c’è prezzo che ripaghi un credito concesso ad un’impresa cattiva. E’ meglio non concederlo proprio. 

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Pubblicato in: banche

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