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1 maggio 2011

Il mercato… solo se fa comodo

Riporto il pezzo scritto da Oscar Giannino su Chicago Blog all’indomani dell’annuncio dell’OPA di Lactalis su Parmalat.  Ne condivido il contenuto e non mi sembra opportuno riportarne solo alcuni stralci. Il discorso fila e va letto fino in fondo.

L’Opa francese su Parmalat e la risposta giusta di Oscar Giannino

Tutti i media italiani rimbalzano la notizia dell’OPA lanciata da Lactalis su Parmalat come una “sorpresa”. Francamente, non capisco perché sorprendersi.  Oppure si pensa che Lactalis dopo essere giunta al 28,9% del capitale di Parmalat attendesse pianamente e disciplinatamente un qualunque esito comprensibile del  confuso assieparsi di soggetti italiani al tavolo Parmalat? E cioè della  politica, la CDP e il Fondo strategico annunciato per parte pubblica, per parte privata banche e imprese concorrenti come Granarolo, o altri imprenditori chiamati a raccolta dalle banche in nome dell’”operazione di sistema” e in realtà disinteressati al core business. L’OPA non è affatto una sorpresa. A mio modo di vedere, esiste una sola modalità davvero corretta e utile, al’azienda e ai suoi soci come più estesamente all’Italia, per rispondere a questa francese, che è un’operazione di mercato a tutti gli effetti.

La modalità corretta è che a un’operazione di mercato si risponda con un’altra operazione altrrettanto e solo di mercato. L’ideale sarebbe dunque una contro OPA totalitaria a prezzi più elevati dei 3,35 miliardi complessivi offerti dai francesi: i margini dell’impresa, pur bassi visto ilo settore ma bassi anche per i prezzi della catena di fornitura italiana che tanto si difende malgrado la sua inefficienza da microfrazionamento dei capi di bestiame per azienda media fornitrice, sommati alla cassa per 1,4 miliardi messa insieme in questi anni con revocatorie e risarcitorie alle banche coraggiosamente intraprese da quel galantuomo di Enrico Bondi, giustificherebbero un ritocco del prezzo. Si può anche studiare un’Opa non totalitaria per l’ottenimento del controllo lasciando i francesi liberi di non conferire, ma certo sarebbe più limpida la prima strada.

Temo invece che si metta mano a risposte assai diverse. Cioè a un intervento comunque all’egida della politica, sostenuto da CDP o dal Fondo strategico di cui si è parlato in queste settimane. E’ una strada sbagliata.

Non l’ho scritto solo io su Panorama, settimane fa, che l’avvento di Lactalis nel capitale di Parmalat porta le impronte digitali di una grande banca italiana: l’ha scritto anche l’Espresso, e sul Sole Luigi Zingales. In queste confuse settimane, al capezzale di Parmalat a Banca Intesa si son affiancate la nuova Unicredit  – versione Palenzona-Rampl – anch’essa “di sistema” archiviata la diffidenza verso tali accrocchi nutrito da Alessandro Profumo, nonché Mediobanca, che a dire il vero sin dall’inizio, quando i francesi annunciarono di controllare solo il 15% dei tre fondi esteri che avevano messo nel mirino Bondi annunciando una lista in vista dell’assemblea farcita di uomini vicini a Intesa, lavorava a un controblocco di soggetti italiani capaci in assemblea di cosnentire a Bondi di vincere la prova: ma questo, naturalmente, prima che i francesi annunciassero di aver quasi raddoppiato la propria quota.  Senonché in queste settimane abbiamo assistito a sviluppi che personalmente – da critico da sempre quale sono della fusione Parmalat-Granarolo caldeggiata da Intesa – non mi hanno neanche loro sorpreso punto.  Granlatte, la holding cooperativa che controlla Granarolo, come sappiamo da sempre non ha denari da investire, eppure  contava di essere lei ad acquisire Parmalat, attraverso capitali bancari per un verso e con la garanzia degli strumenti pubblici annunciati dall’altra. La ragione della mia diffidenza verso quest’operazione, prima che la contrarietà a interventi pubblici impropri, sta nel fatto che la catena di fornitura di Granarolo è gravata anch’essa da inefficienze comparate di costo dovuto a microfrazionamento. Oltre al fatto che una fusione di questo tipo abbisogna di una nuova eccezione alla legge antitrust, come per Alitalia visto che il segno dell’operazione a chiusura del mercato interno sarebbe del tutto analogo.

Se si ha a cuore la crescita di Parmalat, la sua cassa va utilizzata per una crescita dove il settore è più profittevole, e cioè all’estero, in quei Paesi che sono caratterizzati da carenza di offerta invece che da eccesso – la Cina, per cominciare -   e dalla possibiità di acquisire o realizzare per concentrazione farm di vasta produzione concentrata e con più bassi oneri ecoambientali di quanto sia possibile a casa nostra: dagli Stati Uniti al Canada – che non dimentichiamo è il primo mercato per quote nazioali dell’attuale Parmalat, mentre tutti credono che sia l’Italia – fino al Regno UNito che ha conosciuto una forte razionalizzazione del settore, questo tipo di crescita è oggi perseguibile. Tanto che erano queste, alcune delle ipotesi di crescita per acquisizione sul tavolo di Bondi nel recente passato. Ma, anche se lui è troppo riservato e galantuomo per dirlo, la politica lo ha scoraggiato, con l’argomento per il quale le coop, i sindacati, i media e l’opinione pubblica avrebbero preferito un’operazione  “italiana”.

Immagino che ora molti – e prestigiosi media nazionali, con loro – diranno che a quella che verrà presentata come “provocazione francese” bisogna comunque rispondere. Che loro hanno salvato Danone grazie all’appiglio della tutela dei casinò di cui Danone era azionista, e che non sui vede perché noi a questo punto dovrenmmmo essere da meno. Che è come dire  che siccome lo stile francese in materia è quello di De Funès e degli artifici statalisti da commedia dell’arte, allora è da persone serie rispolverare Totò “ma mi faccia il piacere, parli come badi e lei non sa chi sono io”.

L’Italia ha bisogno di capitali stranieri e non di respingerli, l’Italia ha molto investito in Francia e deve continuare a farlo, come nel resto del mondo perché la chiave per crescere sta nell’internazioalizzazione della nostra impresa che così diventa più competitiva, non nella sua chiusura arroccata nell’asfittica dimensione domestica.

Ma non ho alcuna fiducia che questa mia convinzione sia più che minoritaria o faccia breccia, dopo aver letto sul Corriere della sera ripetutamente che ocorre farla finita una volta per tutte con questo atomismo individualista e con questa visione di concorrenza nel controllo proprietario da finanza anglosassone, che avrebbe preso piede nel nostro Paese per colpa di liberisti lunatici da strapazzo. Quando poi non lo so, evidentemente mi ero addormentato e mi sono perso il bello, visto che continuiamo a essere senza pause un sistema statalista, a bassa concorrenza, e in cui anche i banchieri priovati utilizzana la voglia di revanscismo della politica per sistemare accortamente proprie partite.  A mio avviso, naturalmente. Se è l’avviso di un cretino, ditelo voi.

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