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8 aprile 2011

Troppa finanza, poca impresa

In questi giorni tutta l’attenzione delle pagine economiche è concentrata nuovamente sul mondo della finanza: gli aumenti di capitale delle banche, l’uscita improvvisa del presidente delle Generali, l’aumento dei tassi deciso dalla BCE, la crisi finanziaria del Portogallo.  Persino nell’unica operazione industriale che riguarderebbe mucche e latte ci si sono infilate le banche e la Cassa Depositi e Prestiti.  Come se si fosse già dimenticato che buona parte dei guasti degli ultimi anni, che stiamo ancora pagando piuttosto salato, sono stati provocati dal settore finanziario e dai suoi ingiustificabili eccessi.

Anche Imprese+Finanza di recente racconta più di banche e tassi che non di piccole e medie imprese. Gli articoli sui problemi delle banche attirano molti lettori e aiutano a trarre qualche insegnamento, ma in parte tradiscono lo spirito iniziale di questo blog.  L’impresa, quella industriale e quella di servizi, è passata nuovamente in secondo piano proprio nel momento più difficile della sua storia del dopoguerra. Gli imprenditori piccoli e medi sono lasciati al loro destino e devono anche assistere a operazioni finanziarie con poca logica apparente. Che i fondi pubblici della Cassa Depositi e Prestiti vadano a finanziare una cordata anti-francese che per il momento è tutta finanziaria, o persino le necessità di Fondazioni bancarie che non vogliono perdere il controllo delle banche è un vero controsenso in questo momento. Quei fondi devono essere destinati alle PMI. Gli imprenditori dissentono ma non hanno voce. Confindustria l’ha persa seguendo troppe battaglie e troppi obiettivi.

Gli imprenditori nel 2011 sono tornati piuttosto soli e molto in ombra; continuano a lottare (e perdere) con un sistema che non vuole penalizzare chi paga in ritardo (Stato, Regioni o grandi imprese) a dispetto delle direttive comunitarie, con un sistema bancario che si è chiuso a riccio scottato da pesantissime perdite su crediti, con bollette energetiche che penalizzano chi produce e agevolano chi ha i capitali in eccesso per piazzare un campo fotovoltaico affittando un terreno agricolo.  Mi astengo dal calcare la mano sul peso di fisco e burocrazia perché in fondo sono una zavorra storica delle nostre imprese. Gli imprenditori che incontro sono soli, spesso mal consigliati e commettono errori su errori nel tentativo di restare a galla, di contrastare gli effetti della crisi della domanda e gli effetti prolungati della crisi finanziaria. Tappano un buco e se ne apre un secondo e un terzo.

Come consulente e specialista di finanza sono stupito nel vedere come la rete di supporto dei piccoli imprenditori sia inesistente. Gli errori con cui ci confrontiamo nell’assistenza di imprese in crisi -alcuni dei quali così gravi da essere letali, da condurre alla fine dell’impresa- nascono in buona misura dalla mancanza di sensibilità e di competenze in materie (prima fra tutte il controllo di gestione) a cui il ‘sistema’ poteva fare di più per educare e diffondere cultura. E’ ingenuo pensare che i piccoli imprenditori abbiano il tempo di scovare i pochi articoli che danno consigli e avvertimenti, o di seguire i corsi di formazione che sono pure disponibili in quantità.  Il ‘sistema Italia’ che aveva i mezzi per isolare i virus più comuni della crisi e svolgere una martellante attività di prevenzione non lo ha saputo fare. Gli errori sono sempre gli stessi: nessuna capacità di pianificazione, rapporti poveri con le banche, mancanza di liquidità e di capitali.  Il sistema bancario, che avrebbe mezzi e motivazioni enormi per prevenire le crisi dei piccoli clienti non ha percepito il problema e non ha schierato forze sufficienti sul campo. Sino a quando interi pezzi del sistema economico, della piccola impresa familiare, annasperanno nei loro problemi, diffondendoli a catena nei loro fornitori e dipendenti il paese non ha serie possibilità di rilancio.  La buonuscita di Geronzi è una notizia succulenta, ma spiegare alle imprese come e quando intervenire nelle loro aziende è molto più importante.

Riportiamo l’impresa al centro dell’attenzione, non per le rare quotazioni in Borsa o per i pochi investimenti del Fondo Italiano Investimenti, ma per indicare la strada ai tanti Brambilla e Esposito che una crisi così dura non l’hanno mai affrontata.

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Pubblicato in: credito, crisi d'impresa, PMI

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