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2 aprile 2011

Parmalat, una brutta piega

Come molti lettori seguo l’evolversi dei fatti che toccano la contesa sulla proprietà di Parmalat e non sono ancora riuscito a farmi una ragione della pervicace difesa dell’italianità di questa azienda, al punto di ritenere che quanto sta accadendo sia giusto.
Se era comprensibile la posizione dei fondi d’investimento, i quali spingendo un cambiamento al vertice ritenevano che il valore del loro investimento potesse crescere meglio con un managament diverso dall’attuale, non mi riesce di capire il perché di una violenta reazione all’iniziativa legittima e trasparente dei francesi di Lactalis che si sono comprati il 29% di una società contendibile sul mercato. Non esiste una vera alternativa industriale a Lactalis: si è persino cercato di tirare per la manica la Ferrero che ha saggiamente passato la mano e ora si prosegue a cercare un cavaliere bianco.
In più trovo irritante che la cordata per opporsi a Lactalis sia tirata non da un concorrente industriale di Lactalis ma da tre banche (Intesa, Unicredit e Mediobanca) che dimenticando i loro problemi di capitale (le prime due) sono corse a offrire finanziamenti e consigli a un soggetto che neppure esiste. E su questa fragile base, con la precipitosa firma di un decreto legge che, come dicono i francesi ha cambiato le regole del gioco a partita iniziata, l’assemblea degli azionisti di Parmalat è stata rinviata dal 12 aprile al 28 giugno per guadagnare tempo e trovare l’alternativa. Come dice oggi il Sole 24 Ore non c’è traccia all’orizzonte di una cordata alternativa. E dunque cosa si sta cercando di ottenere? In cosa consisterebbero i benefici per il consumatore di prodotti Parmalat o per l’investitore in azioni Parmalat?  Per ora spuntano solo argomenti fumosi sulla tutela della filiera alimentare che sta a monte della società di Collecchio, come se Lactalis avesse già deciso di smontarla, interessi delle coop emiliane che magicamente farebbero convergere i consensi del PD alle iniziative prese dal Governo per ingraziarsi un potente bacino di voti, potenziali interessi di fondi di private equity (Palladio,TIP, Clessidra) o addirittura di denaro pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti) al punto di suscitare commenti negativi anche dal presidente di Confindustria! Una pessima arlecchinata di motivazioni a cavallo tra la politica e l’opportunismo. Su questo punto condivido quanto scritto da Alberto Mingardi il 19 e 20 marzo su il Riformista e aggiungo che stiamo rischiando di fare una figuraccia all’interno della Comunità Europea (vedi le dichiarazioni di Fillon)

Per conto mio trovo che le imprese hanno tutti i mezzi per difendersi da sole e se non riescono a rimanere nelle mani di azionisti italiani è perché mancano in Italia abilità e capitali. La Ferrero, una delle migliori imprese al mondo, è nello stesso settore, non è contendibile perché la famiglia ha fatto crescere l’azienda senza bisogno di capitali esterni. Parmalat a quanto pare era già in mani straniere, visto che Lactalis ha acquistato quote importanti da fondi esteri (che avevano offerto le medesime quote in Italia a quanto dicono…) senza che nessuno gridasse allo scandalo. E sono d’accordo con quanto scrive Gaetano La Pira su Linkiesta:

Con il richiamo alla difesa dei posti di lavoro si chiude l’armamentario della retorica patria e riemerge lo spettro di una degenerazione nella visione industriale del nostro paese e nei rapporti banca-industria che in passato aveva spinto Raffaele Mattioli a evocare il catoblepa come simbolo del nostro sistema economico. È un animale immaginario della zoologia greco-romana che tiene sempre la testa abbassata, non riesce ad alzarla e quindi per difetto naturale non ha coraggio e spirito di iniziativa. Ritorna con il “catoblepismo” un modello italiano all’insegna della indebita commistione tra patrimonio dell’impresa e dell’imprenditore, tra ricchezza produttiva e privata, con un rapporto banca-impresa sbilanciato.

Gli appelli alla difesa dell’italianità non possono nascondere le difficoltà del nostro sistema. Per rimanere in tema i due comparti industriali importanti di cui si discute alla luce della minaccia transalpina, l’alimentare e il lusso, negli ultimi 30-40 anni non sono stati in grado di creare realtà capaci di superare la dimensione familiare. E i Ferrero, i campioni del capitalismo tricolore a valenza familiare, dovrebbero rappresentare le truppe d’assalto del nostro tentativo di sistema di creare una filiera nazionale nell’alimentare, un’impresa non facile. In Italia non c’è nessuna Lvmh, nessun polo alimentare, il sogno si è infranto con la privatizzazione della Sme e il fallimento è stato scandito dalla cessione di tutti i nostri marchi migliori: Motta, Alemagna, Perugina, Buitoni, Locatelli, Galbani, Cirio senza che nessuno alzasse un dito.

In questo pasticcio chi riesce a spiegare perché tre banche tirano la volata a un soggetto che non c’é? Dopo Alitalia siamo abituati alle ambizioni di Intesa nel sistemare l’Italia mescolando anche qualche problema di credito (in questo caso Granarolo), ma ora si uniscono anche Unicredit e Mediobanca.  Come spesso capita il popolo delle partite IVA e dei piccoli imprenditori assiste passivamente e si domanda come mai nessuna banca scenda in campo per l’italianità delle piccole imprese con finanziamenti in bianco.

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to “Parmalat, una brutta piega”
  1. Queste le dichiarazioni rilasciate oggi da Ghizzoni, CEO Unicredit:
    “Unicredit ha deciso di intervenire nella vicenda Parmalat per ”vedere se si trova un’alternativa a Lactalis” e in questa operazione la banca di Piazza Cordusio avra’ soltanto un ruolo di consulenza, senza alcun impegno di natura economica.
    Lo ha assicurato l’amministratore delegato dell’istituto di credito, Federico Ghizzoni, spiegando che nell’operazione Parmalat ”saremo advisor e non agiremo nella parte equity”.
    E non e’ neppure chiaro se Unicredit finanziera’ altre imprese che interverranno per salvare Parmalat dall’assalto dei francesi di Lactalis: ”E’ troppo presto per dirlo”, si e’ limitato a dire Ghizzoni. (fonte Finanza 24).

    Non sapevo che gli advisor potessero consigliare (to advise) qualcuno che non esiste ancora. Chi ha richiesto il suo intervento?

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