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18 marzo 2011

La nuova stretta sul credito

Il titolo dell’articolo è molto esplicito: tutti i segnali che sto raccogliendo leggendo le notizie sul sistema creditizio e nell’esperienza quotidiana di consulente sulla frontiera tra banche e imprese stanno ad indicare l’arrivo di una nuova stretta sul credito alle imprese, anche se con caratteristiche diverse da quanto avvenuto a partire dal 2008.  Si tratta della terza fase di un cambiamento importante del sistema bancario, che segue la prima violenta e generalizzata riduzione del credito erogato (2008-2009), e la seconda fase di moderata ripresa del 2010,  caratterizzata comunque da notevole cautela.  All’origine della prima stretta c’erano gli effetti della crisi finanziaria internazionale, che hanno agito come moltiplicatore di problemi economici strutturali, i quali da anni stavano erodendo la competitività delle nostre PMI e la loro capacità di generare reddito e autofinanziamento. Oggi le motivazioni sono abbastanza diverse e provo a collegarle tra loro:

  • LE SOFFERENZE E I CREDITI DUBBI
    la fragilità finanziaria del nostro tessuto industriale si è scaricata sul sistema bancario che oggi si trova indebolito da un volume di sofferenze senza precedenti, i cui tassi di crescita anno su anno sono nell’ordine del 30% anche nel 2010, come evidenziato dalle ultime rilevazioni di gennaio.  Siamo a quasi 90 miliardi di crediti con scarsissima probabilità di recupero e l’emorragia si riduce ma continua.
  • SCARSO AUTOFINANZIAMENTO
    le sofferenze, i crediti dubbi e la rapidissima salita dei crediti ristrutturati hanno costretto le banche a pesanti accantonamenti per coprire le perdite potenziali. Alcuni bilanci bancari sono andati addirittura in rosso, tutti i bilanci mostrano i segni di un pesante calo di redditività proprio nel momento in cui la crescita del patrimonio (capitale) e dei dividendi sarebbe stata necessaria per rispondere al bisogno di rafforzamento degli indici patrimoniali e alla fame delle Fondazioni Bancarie. Non aiuta neppure la gestione ordinaria, causa la compressione dei margini da interesse, non compensabile dalle commissioni da servizi. Gli spazi di movimento delle banche si sono ridotti e tutte sperano nella risalita dei tassi che grazie alla trasmissione vischiosa sui depositi porterà profitti incrementali, anche se ritengo molto meno di quanto ipotizzato dagli analisti (v.report di JP Morgan) . Non resta che un nuovo giro di vite sul cost/income (peggiore di quello dei concorrenti europei) che si scarica nuovamente sui costi di personale e quindi sulla qualità del servizio.
  • NECESSITA’ DI CAPITALE
    l’anticipazione dei ratios patrimoniali previsti per Basilea3, le sollecitazioni delle autorità di vigilanza (con il futuro governatore della BCE Mario Draghi in prima fila) per una rapida ricapitalizzazione stanno mettendo in difficoltà quasi tutto il sistema bancario italiano, chiamato in parecchi casi a varare importanti aumenti di capitale. Aumenti onerosi alle attuali quotazioni di Borsa, anche se l’alternativa salvagente dei Tremonti Bond a cui sono dovuti ricorrere alcune delle principali banche era altrettanto onerosa. La difesa d’ufficio del sistema bancario italiano (più solido di altri stranieri crollati sotto le perdite da derivati e finanza innovativa), è durata poco: anche le banche italiane devono mettere più capitale.
  • LIQUIDITA’ NUOVAMENTE SCARSA
    a questo quadro già ampiamente negativo si aggiunge ora una cronica difficoltà nel procurarsi liquidità. Un terzo della liquidità proviene da emissioni obbligazionarie che vengono collocate a tassi da paura sui mercati finanziari. Due terzi dei fondi arrivano dalla raccolta diretta sul mercato domestico in cui però si è scatenata una guerra basata su tassi-civetta, fuori mercato innescata da banche di nicchia (ING, Barclays, Che Banca!) a cui stanno rispondendo le altre banche. CREDEM sta offrendo in questi giorni il 3% sui depositi per i prossimi 12 mesi con il Conto NonsoloTre. Sempre meglio che pagare il 3,50% su un’obbligazione a 2 anni. La liquidità è scarsa per tutti e costa molto.

SPREAD SU EMISSIONI DI SENIOR BONDS 1° TRIM.2011

Tiriamo le somme: crediti dubbi e accantonamenti elevati, margini ridotti all’osso, serve più capitale, priorità sulla liquidità e sulla raccolta non sugli impieghi tantomeno quelli rischiosi.
Con un sistema bancario così sotto tensione e alle corde nella componente patrimoniale è impensabile illudersi che il credito alle imprese sia abbondante e a buon mercato. Molte banche che esternamente dichiarano assoluta disponibilità a erogare finanziamenti, nei fatti stanno applicando criteri durissimi di selettività, al punto che oltre il 50% delle piccole imprese non riesce ad ottenere credito a sufficienza. E chi lo ottiene deve pagare prezzi molto più alti. Questo sta per accadere a chiunque chiederà una moratoria bis, come ho già previsto nei miei articoli precedenti.
In questo momento gli istituti con maggiori problemi hanno quasi bloccato il rubinetto delle erogazioni, talvolta anche con circolari interne, in attesa dell’esito degli stress test. I mutui sui capannoni a 20 anni sono un ricordo del passato, per arrivare a 15 occorre il visto della Direzione Generale e si stanno moltiplicando i casi in cui a fronte di un finanziamento il 50% di quanto ricevuto debba essere praticamente riconsegnato subito alla banca sotto forma di depositi vincolati, sottoscrizione di obbligazioni o gestioni patrimoniali nel migliore dei casi.

Come ho avuto più volte modo di sottolineare un sistema bancario in difficoltà giova pochissimo alle imprese, soprattutto quelle piccole. Il credito c’è ma quando c’è  viene interamente convogliato verso imprese grandi, verso imprese con rating investmentgrade o per agevolare alcune pesanti ristrutturazioni ed evitare che diventino sofferenze.  Questo trend tenderà ad indebolire ulteriormente i più deboli senza alcuna pietà, il settore costruzioni, ad esempio, è sempre più isolato e senza credito. O smobilizza gli immobili fermi a prezzi di mercato, ampiamente inferiori a quanto preventivato, o non esce dal tunnel.

Nella mia analisi non c’è alcun giudizio positivo o negativo. Ciò che sta accadendo oggi alle banche è un percorso obbligato, in larga misura fuori dal loro controllo: non possono fare diversamente, non c’è alcun accanimento verso le piccole imprese è pura autodifesa.

Altra novità: il comportamento delle banche non è più generalizzato come nel 2009, alcuni istituti hanno bilanci puliti, abbondanza di capitale, accantonamenti pari a 1/3 della media di settore e hanno i rubinetti del credito aperti. Però non hanno però alcuna intenzione di concedersi ad imprese rischiose o in difficoltà tirando fuori dai guai le altre banche, possono permettersi di scegliere i migliori clienti e strappare quote di mercato alle banche con poca liquidità. E’ la conferma di alcuni segnali che avevo intravisto a fine 2010: grande selettività tra le PMI e differenze significative di competitività e presenza sul mercato tra banca e banca.
Unico denominatore comune l’aumento dei costi. Questo è un fatto inevitabile e se poi i tassi dovessero rialzarsi dell1%-1,50% come molti economisti mettono in conto, allora la bolletta finanziaria delle PMI comincerà ad essere pesante. Gli imprenditori è bene che si preparino a fare bene i loro conti sin da ora.

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