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7 marzo 2011

Alla banca piace chi esporta

Se osservo il linguaggio usato dalle banche verso la clientela imprese negli ultimi mesi vedo con grande chiarezza la priorità attribuita alle PMI che esportano. Attenzione, non è solo un richiamo commerciale ma anche e forse soprattutto una scelta con risvolti sulla concessione di credito.  Alle banche oggi piacciono le piccole imprese che esportano, perché mediamente hanno risultati migliori e profilo di rischio più contenuto. Sarà anche banale, ma può diventare una discriminante tra chi ottiene credito e chi se lo vede rifiutare o diminuire.

Le grandi banche (Unicredit, Intesa, MPS…) non perdono occasione per ricordare ai clienti-imprenditori che tasso d’internazionalizzazione e d’innovazione caratterizzano le imprese che hanno saputo tenere meglio durante la crisi.  Gli uffici studi (incluso quello di Mediobanca) da diversi anni hanno incrociato i dati per dimostrare su campioni di PMI grandi e piccole che il settore di appartenenza non determina la performance della singola impresa, se non in piccola parte. Ogni studio, ogni rilevazione ha dimostrato la compresenza di imprese vincenti e perdenti dentro lo stesso settore. La spiegazione? Sta sempre in fattori quali il grado di apertura sull’estero e la quantità di innovazione generata dall’impresa. In un recente studio commissionato dalla LegaCoop a Prometeia si è dimostrato che “anche tra i piccoli chi ha cercato nuovi mercati tra il 2005 e il 2008 ha avuto significativi benefici in termini di produttività” (fonte Il Sole 24 Ore 14.1.2011) Il messaggio degli uffici studi è ora passato alle Direzioni Commerciali e quindi non deve stupire se nelle uscite pubbliche (convegni, seminari, accordi e protocolli) le grandi banche scelgono sempre di menzionare la difficile parola INTERNAZIONALIZZAZIONE.  Tutte le recenti presentazioni commerciali di Intesa e Unicredit si aprono sempre con una serie di tabelle e grafici sull’export italiano nelle varie province e distretti, che lasciano perplessi perché l’export non è mai stato il centro del problema del credito.  Anche nell’offerta di soluzioni la parola internazionalizzazione sta sempre in cima, nonostante gran parte delle piccole imprese sia fuori dal gioco dei mercati esteri e di quelli emergenti. Nell’accordo Confindustria-Intesa dei 10 miliardi la parola internazionalizzazione è al primo posto nelle soluzioni. Nel plafond da 1 miliardo di Euro di Unicredit per Rete Imprese (vedi Derby Intesa-Unicredit per Rete Imprese) si dice dell’internazionalizzazione “uno dei driver della ripresa economica è l’apertura verso nuovi mercati e la ripresa dell’export e Unicredit intende sostenere con ulteriore forza le PMI nel loro processo di internazionalizzazione”.  Che si tratti più di una scelta di credito che non di una campagna di vendita di prodotti è testimoniata dal fatto che le banche faticano a presentare servizi chiari per sfruttare i processi d’internazionalizzazione. Una conferma su una lettera di credito o un finanziamento export rende meglio di altri servizi più complessi che non sempre l’imprenditore è disposto a valorizzare nel giusto modo e pagare al giusto prezzo. Per intenderci l’affitto di un export manager è un servizio molto più chiaro e per quanto ne capisco sta incontrando un notevole successo, perché è pagato sull’effettivo incremento delle vendite.

Il messaggio va colto per quello che è. Le imprese che si presentano in banca con una bella fetta di ricavi provenienti dai mercati esteri sono più ascoltate e hanno porte più aperte per il credito, anche se il fatturato export è spesso molto volatile, perché chi compra dall’Italia oggi può spostarsi sul Messico o sul Vietnam domani. Ad ogni buon conto se vendi in Russia o Brasile sei più attraente per la concessione di credito di chi vende solo a Udine o Bari.
Il ragionamento ci sta per molti versi, perché se il PIL italiano continua a crescere a questo ritmo, chi si basa solo sul mercato domestico deve sudare le proverbiali sette camicie per crescere anche solo del 5%. O ha un super-prodotto, o altrimenti cresce poco e viene pagato tardi.  E così la marcia forzata verso i mercati esteri sta diventando sempre meno un lusso e sempre più una necessità anche per le piccole imprese;  un fatto che rafforza la mia convinzione sulla validità dei progetti di reti d’imprese rivolte all’export che sono destinati a proliferare. Dall’altre parte, invece, mi domando quale sia il numero e il destino delle imprese che non hanno possibilità di esportare ma che di credito hanno altrettanto bisogno.

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  1. Dato che non tutte le imprese riescono ad accedere alle agevolatissime condizioni praticate da Simest, Finest, ecc. il ruolo delle banche come ben indicato in questo post, diviene fondamentale processi di internazionalizzazione. Solo l’integrazione tra le diverse componenti economiche (imprese, banche, istituzioni) e i loro diversi ma per certi aspetti convergenti intenti, possono creare le condizioni per amalgamare maggiormente il sistema Paese.

    • Grazie. La frase di chiusura è più un esortazione che non una constatazione.
      I post pubblicati venerdì e oggi testimoniano purtroppo il contrario…ognuno per sè e si salvi chi può.
      Spero di sbagliarmi.

  2. Effettivamente, almeno ad oggi, siamo più sul “ognuno per sè e si salvi chi può” e, in aggiunta alla sua ultima frase, cosa esportare se non si hanno i soldi per produrre? Anche il sole 24 di ieri si occupava del supporto bancario all’internazionalizzazione. Vedremo se le diverse sensibilizzazioni avranno effetti positivi nel futuro prossimo.

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