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14 ottobre 2010

Confidi e crisi: il vaso di coccio

Le difficoltà finanziarie delle nostre PMI hanno fatto riscoprire a tutti (Governo, Confindustria, ABI e banche) l’importanza dei CONFIDI (Consorzi di Garanzia dei Fidi) nel meccanismo di trasmissione del credito dalle banche alle imprese. Con 20 miliardi (+30% rispetto al 2008) di finanziamenti garantiti nel 2009 i Confidi di ogni ordine e colore sono stati invitati a sedersi al tavolo della crisi per fornire il loro contributo nel sostegno alle imprese e nella ripartizione dei rischi. Purtroppo, come sa bene Francesco Bellotti, presidente di Federconfidi e uno degli uomini Confindustria più preparati sul tema del credito alle PMI, i Confidi non sono preparati a sostenere questo compito gravoso. Frammentati in centinaia di piccole unità, spesso con patrimoni modesti, con risorse umane e organizzative modeste, occupati a soddisfare i requisiti previsti da Banca d’Italia, i Confidi si sono caricati sulle spalle il fardello della responsabilità senza sapere bene come fare. Se si vuole lasciare ai Confidi il compito di sostenere solo le imprese che non piacciono alle banche  e non anche quelle valide, si sta commettendo un errore finanziario che può creare altri guasti futuri.

In questo quadro preoccupante, c’è un altro aspetto che non mi convince.  Quando i Confidi rilasciano garanzie alle banche tutto va bene: banche e imprese felici, finanziamento erogato. Ma quando a distanza di tempo le cose non vanno bene, i ruoli si separano drammaticamente. La banca vede nella garanzia solo una via rapida di recupero del credito e non esita a chiamare la garanzia anche in presenza di un tentativo di ristrutturare il debito dell’impresa in crisi, che invece sarebbe gradito al Confidi. Succede così perché a monte quasi tutti i Confidi non hanno inserito nelle convenzioni con le banche meccanismi di consultazione nell’ipotesi di ristrutturazione e allungamento del debito. La regola normale è ‘zitto e paga’. Penso che questo vada cambiato per il futuro. Se i Confidi condividono al 50% il rischio di insolvenza devono potere avere una voce paritetica nel valutare le ipotesi di salvataggio. E questo vale anche per le garanzie riassicurate con la BEI che non prevedono ristrutturazioni.

Se non si cambiano le regole i Confidi sono destinati a fare la parte del classico vaso di coccio tra i vasi di ferro.

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Pubblicato in: banche, Confidi
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  1. Concordo pienamente con l’analisi di Fabio e mi permetto di aggiungere che l’asimmetria giustamente denunciata (partecipi in fase di erogazione ma poi “tacere e pagare”) è forse uno dei frutti peggiori di una certa funzione storica dei Confidi come “cinghia di trasmissione” di politiche economiche pubbliche (provenienti da regioni, province, CCIAA ecc.) e rapporti con le associazioni di categoria. Per rendersi conto di questo non è necessario seguire i dietrologi, è sufficiente leggere i loro bilanci e il peso relativo dei contributi.
    Il cambiamento che li sta investendo, spesso loro malgrado, è di portata ben più ampia di quanto si immagini e di quanto formalmente richiesto dal nuovo status di soggetti vigilati: è un cambiamento che ne rimette in discussione ruolo e mission.
    Ma ridiscutere ruolo e mission dei Confidi imporrebbe un ripensamento anche nei loro “azionisti di riferimento” e questo mi pare oggettivamente più difficile …

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