Le dimissioni dell’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, sono il caso del giorno, rumoroso e pronto ad alimentare un dibattito acceso tra favorevoli e contrari.
Conosco Alessandro Profumo, ho lavorato al suo fianco per alcuni anni e ho una mia opinione sulla vicenda. Sto con Profumo per tutto quanto ha saputo fare negli anni in cui, spinto dall’azionista RAS, è entrato nel sistema bancario riformando Credito Italiano prima, creando Unicredit dopo e facendola diventare una banca moderna, efficiente, basata sulla qualità e la preparazione dei propri dipendenti, arrivando sempre un passo prima dei suoi concorrenti. Quel Profumo non aveva paura di cambiare, di sfidare le regole obsolete del gioco bancario perché era guidato da una percezione molto fine delle aspettative dei clienti e dei dipendenti. Profumo era con piedi e testa nella sua banca e la banca era con lui. Con lui sapevamo di potere prendere il rischio di cambiare e innovare. Le istanze politiche e territoriali degli azionisti (le fondazioni) contavano, ma nessuno aveva argomenti abbastanza forti per contestare i risultati che si accumulavano giorno dopo giorno.
Il Profumo degli ultimi cinque anni è stato molto diverso. Attratto dalle grandi partite di potere (Mediobanca, Generali), spesso sul confine pericoloso della politica, ha puntato quasi tutto nella trasformazione di Unicredit in un gruppo bancario internazionale, probabilmente per sottrarsi alle pressioni locali cambiando completamente il tavolo da gioco. Il prezzo pagato è stato molto alto: per deglutire HVB piena di problemi, per tenere insieme culture diverse e, in piena crisi finanziaria, per mantenere la propria indipendenza ricorrendo al capitale di azionisti vecchi e nuovi (Abu Dhabi, Libia) rifiutando i bond del Tesoro. E’ stato facile azzannare un Profumo indebolito con il pretesto della scalata libica per chi da tempo non sopportava il suo stile di leadership. Un pretesto, appunto.
Il Profumo degli ultimi anni, a differenza del primo, aveva perso contatto con i suoi clienti e la sua gente. L’impero Unicredit, più grande e multinazionale, è stato lasciato nelle mani di generali in perenne competizione tra loro, soprattutto dopo l’arrivo di Capitalia. I clienti e i dipendenti sono usciti dallo spettro del suo radar, il malumore degli uni (derivati) e degli altri non è stato gestito opportunamente. Gestendo salotti VIP e investitori istituzionali ha perso il contatto con la realtà e si è esposto agli attacchi da vari fronti. Questo Profumo vulnerabile è stato sfiduciato. Resto del parere che un capo azienda non possa essere cacciato se ha dalla sua i clienti e i dipendenti, che sono i veri valori dell’azienda. Non avendo più piedi e testa nella sua banca, ora deve lasciare. Anche se la caduta degli dei infiamma sempre la passione del popolo, nessuno può permettersi di dimenticare cosa ha saputo fare Profumo per trasformare e modernizzare le banche italiane.







