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22 luglio 2010

Crisi d’impresa e banche: il credito problematico

Dopo avere indagato le sorgenti delle crisi aziendali e gli strumenti che vanno utilizzati per diagnosticare e correggere i problemi, ritorniamo sul fronte delle banche per spiegare alcuni meccanismi interni alle banche che toccano la concessione del credito prima e durante le crisi.

Uno dei principali problemi nel rapporto tra banche e piccole imprese è che le parti non parlano la stessa lingua. Non tanto perché abbiano interessi contrapposti (anzi l’impresa che si finanzia in banca è ben più interessante per la banca di quella che non ha bisogno), ma perché banche e imprese usano definizioni diverse per le stesse cose e la banca non spiega tutto ciò che dovrebbe.

Le imprese non sanno, ad esempio, come vengono catalogate dalla banca. Dopo anni di convegni e articoli hanno imparato a capire il metro del rating di Basilea, ma sono ancora all’oscuro di altri aspetti.  Pochi sanno che in banca esistono alcune persone che svolgono funzioni nell’ufficio ‘crediti problematici‘ o crediti anomali, un dipartimento diverso dal classico Ufficio Crediti. Cos’è esattamente un credito problematico? Nella classificazione di quasi tutte le banche il credito problematico è l’etichetta attribuita a 3 categorie di crediti verso le imprese

    • le ‘sofferenze‘.  Sono crediti che la banca non ritiene più di recuperare se non attraverso procedure legali e aggressione sulle garanzie o sul patrimonio del debitore o dei soci. L’impresa-cliente non esiste più. Esiste solo un credito verso cui sono stati fatti accantonamenti spesso al 100% del valore, su cui si avvicenderanno avvocati e società di recupero crediti.

 

    • gli ‘incagli‘. Sono i crediti verso imprese che la banca ritiene ad elevato rischio di perdita, in percentuali variabili sempre in funzione dello stato dell’impresa e delle garanzie prestate. La banca accantona capitale a fronte di questi crediti in previsione di una perdita probabile, ma non certa.

 

    • i rischi ‘in osservazione‘. Questa è la categoria sicuramente meno nota. Abbraccia un numero oggi molto elevato di piccole imprese che sono state identificate dai sistemi della banca o dal personale di filiale come potenzialmente a rischio di deterioramento e passaggio a incaglio o sofferenza nei successivi 12 mesi.:

 

Il problema più grave è che le imprese ‘in osservazione’ non sanno di esserlo, perché non gli viene comunicato, né appare nella centrale rischi. Non sapendolo si comportano come se non lo fossero e molto frequentemente commettono errori gravi.  Prima di tutto le imprese ‘in osservazione’ non sanno che le decisioni sui loro fidi e finanziamenti non sono più competenza solo della filiale con cui hanno rapporto e conto corrente. Essendo vigilate speciali sono soggette alla giurisdizione dell’ufficio crediti problematici e quindi di persone molto spesso lontane, che conoscono poco o nulla della storia dell’impresa, dei prodotti e dei problemi aziendali.  Sono dipendenti di banca programmati solo per minimizzare le perdite future della banca e quindi più propensi a ridurre il rischio che non a mantenerlo o aumentarlo. Ci sono eccezioni, ovviamente, ma sono appunto eccezioni ed è comprensibile che sia così.

In secondo luogo le imprese ‘problematiche’ non vengono avvisate del regime di libertà vigilata e del fatto che i sistemi di rating delle banche hanno un elevato livello predittivo. I dati statistici delle banche provano che 8 imprese in osservazione su 10 peggiorano la loro performance e salute finanziaria nei 12 mesi successivi al segnale di rischio.  Non è un’informazione banale. Se fosse comunicata nei tempi e nei modi più appropriati potrebbe suonare la sveglia di molti imprenditori, mettendoli sull’avviso di intervenire prontamente per evitare guai peggiori. Come abbiamo spiegato nel post del 9/7 (Crisi d’impresa: quali sono le origini?) intervenire in ritardo consente il degenerare del virus in una crisi finanziaria difficile da fermare.
Purtroppo la maggior parte delle banche non si assume la responsabilità di avvisare l’imprenditore, in parte per la paura di un falso allarme (2 casi su 10), in parte perché si tratta di una conversazione ‘scomoda’ soprattutto se si è i primi a fiutare il problema, mentre le altre banche proseguono senza problemi nel finanziare l’impresa.  Fare l’uccello del malaugurio e perdere quota di mercato non è la passione di nessun direttore di filiale. Quindi silenzio e girare alla larga in attesa di sviluppi.

Esiste una sostanziale forma di autolesionismo in questo comportamento, che finisce per danneggiare entrambe le parti.  Non intervenendo per tempo la banca aumenta implicitamente il rischio dei crediti concessi e non svolge un grande servizio agli imprenditori, i quali in fondo non hanno intorno molti consiglieri sinceri (e dotati di sistemi esperti) per essere avvisati dei rischi.  Se le condizioni peggiorano e l’impresa comincia a generare sconfinamenti sui crediti accordati, le possibilità di salvezza si riducono drasticamente e l’impresa cliente-pagante si trasforma di colpo in zucca: un credito cartaceo, confuso nel mucchio degli altri da ‘recuperare’.

Pensiamo che questo meccanismo di causa-effetto e di cattiva relazione con le imprese sia dannoso in assoluto e quindi da migliorare in molti aspetti. Il conto dell’attuale crisi è salato per tutti e non era il caso di aspettare questa giustificazione, ma almeno possiamo sperare che la misura degli attuali effetti della crisi (sofferenze esplose) dia le giuste motivazioni per cambiare registro. Imprenditore avvisato, mezzo salvato.

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