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14 luglio 2010

Credito alle imprese: la svolta non c’è ancora


Le statistiche appena pubblicate dalla Banca d’Italia confermano le nostre preoccupazioni sul tema del credito alle imprese. Alle statistiche continuiamo a preferire gli esempi che ra
ccogliamo direttamente sul mercato giudicando la domanda delle piccole imprese come barometro della situazione. Tuttavia i dati pubblicati su Moneta e Banche n.33 e su Economie Regionali -luglio 2010 sono piuttosto chiari:

  • i prestiti alle imprese sono diminuiti a marzo 2010 del 3,3% rispetto a marzo 2009
  • nel periodo gennaio-maggio non vi è stata crescita nel totale totale dei prestiti alle società non finanziarie (=imprese)
  • la crescita zero è composta da una sostanziale riduzione dei prestiti a breve (inferiori a 1 anno) e medio (tra 1 anno e 5), bilanciata da una crescita nei prestiti oltre 5 anni, che abbiamo forti ragioni di ritenere sia causata dalla moratoria, la quale come è noto congela i rimborsi delle rate capitale e quindi blocca la naturale riduzione dello stock di debito a medio lungo termine.

Se integriamo i dati statistici con il buon senso, dobbiamo aggiungere che l’appetito di finanziamenti da parte delle imprese medio-grandi non è sicuramente calato negli ultimi 12 mesi. Il gruppo Prada, ad esempio, ha comunicato ieri di avere sottoscritto con un pool di banche un nuovo finanziamento per 360 milioni di Euro, che equivale a circa 1.000 piccoli finanziamenti da 350.000 euro destinati a PMI.  Possiamo ipotizzare che il dato medio sull’intero sistema imprese nasconda il dato sui segmenti della piccola impresa dove la stretta creditizia operata dalle banche è ancora più marcata, ma soprattutto è ancora in atto.

Lo stesso bollettino statistico ci fornisce una spiegazione. Le sofferenze bancarie sui prestiti alle imprese sono passate da 26 miliardi a fine 2008, a 38,6 miliardi a fine 2009 e a 43,9 miliardi a fine maggio 2010. Un aumento del 69% inquietante per tutti. Non è difficile comprendere la cautela che pervade i comitati crediti delle banche e che frena le nuove proposte di credito nelle filiali impegnate a gestire un numero di crediti in ristrutturazione o in procedura che non ha precedenti.  La linea di difesa adottata dall’ABI nel ribattere le critiche di chiusura del credito è stata per molto tempo “manca la domanda di investimenti…le banche non hanno chiuso i rubinetti”.  Tutti ritengono che questo non sia vero o sia vero solo in parte.  Le banche stanno facendo una fortissima selezione delle nuove richieste e stanno riducendo la forbice un tempo ampia tra ‘affidato’ e ‘utilizzato’.  Visto quello che è successo sul mercato potrebbero anche avere buone ragioni per ridurre le perdite attese, considerando quanto costerà a loro la crisi delle imprese. La propensione a finanziare imprese con elementi di fragilità è diminuita notevolmente, dopo avere constatato quanto velocemente sono entrate in crisi.

Salvatore Rossi - resp.Area Ricerca Economica, Banca d'Italia

Non fermiamoci a commentare i numeri del passato, ma guardiamo avanti. Se il credito si è fermato, se le imprese sono cadute nella morsa  tra crisi economica e finanziaria, finendo per danneggiare le stesse banche finanziatrici (che nelle procedure fallimentari portano a casa solo briciole), ci sono stati errori su entrambe le sponde. Errori di gestione, errori di prospettiva e previsione. Cerchiamo di capire cosa non ha funzionato, non diamo agli errori una patente di ineluttabilità congiunturale che non meritano. Studiamo come il meccanismo si è rotto e modifichiamolo al più presto. Questo è il motivo che ci porta ad analizzare la crisi d’impresa al microscopio o a segnalare positivamente le parole intelligenti di un manager di banca.  Molte imprese stanno tornando ad investire, le banche devono tornare a finanziarle per il bene del loro stesso conto economico.  Lavoriamo insieme per creare una nuova piattaforma in cui le decisioni siano prese sulla base di criteri corretti e con lungimiranza.

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