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29 maggio 2010

Il punto sui derivati alle PMI

La grande mattanza dei derivati sui tassi d’interesse venduti in modo pressante e con lacune informative da alcune banche italiane alle piccole imprese è quasi scomparsa dalle cronache della stampa finanziaria, oscurata da ben altri scandali finanziari o dal procedimento istruito contro le banche che hanno scritto contratti con il Comune di Milano.

 

Tuttavia lontano dalle luci dei riflettori il problema delle perdite causate da questi contratti OTC (vale a dire non quotati in un mercato regolamentato) ha una sua coda per tutte quelle piccole imprese che non hanno saputo negoziare prontamente con la banca un risarcimento o una transazione definitiva, affidandosi a lunghe cause legali.  I contratti derivati siglati nel periodo 2002-2006 -e ancora aperti- stanno generando perdite che si cumulano con gli effetti della crisi finanziaria di molte imprese. E’ una costante di chi lavora su ristrutturazioni aziendali imbattersi in perdite causate da contratti in derivati.  La parola ‘derivati’ ha un’accezione negativa nel linguaggio comune dei piccoli imprenditori e le banche -che ancora oggi propongono operazioni di copertura o gestione del rischio tassi- rimbalzano contro un muro di diffidenza e molti pregiudizi quando offrono nuovi derivati.

 

Da questo punto di vista le banche italiane, che più di altre hanno ‘industrializzato’ la distribuzione alle piccole imprese di strumenti finanziari noti solo alle grandi, pagano oggi lo sfruttamento brutale dell’asimmetria informativa tra venditore e cliente, e si sono giocate la possibilità di vendite e profitti nel lungo periodo.

 

Chi opera sulla terra di mezzo, tra banche e piccole imprese, conosce i pregi derivanti da un buon utilizzo dei derivati a copertura dei rischi e suggerisce il ricorso a questa tipologia di contratti in tutti i casi in cui le imprese da ristrutturare finanziariamente non possono rischiare i magri margini operativi e i flussi di cassa con un’improvvisa impennata dei tassi e degli oneri finanziari.   Lodevole in questo senso l’impegno di alcuni operatori professionali e professori universitari nel riportare la barra dei derivati al centro con buon senso e pragmatismo come fatto ad esempio recentemente da Matteo Farina e Marco Granelli con il testo “PMI a rischiozero“- Franco Angeli.

 

Per trovare un senso logico alla vicenda che da tempo contrappone imprese e banche può aiutare un flashback alle origini del fenomeno. I derivati venduti alle imprese sono stati ‘strutturati‘ sino dall’inizio per un motivo compreso da pochi: le reti bancarie hanno venduto più facilmente strutture a costo zero, rispetto a contratti assicurativi contro il rialzo dei tassi, le opzioni che però comportavano il pagamento di un premio immediato, come ogni polizza assicurativa.  Perché? Perché le piccole imprese non intendevano pagare alcun costo a fronte di qualcosa proposto della banca.  Il derivato strutturato è a costo zero perché senza saperlo il cliente acquista un’opzione e nello stesso istante ne vende un’altra alla bancae il loro costo si bilancia dopo avere ricompreso una buona commissione per la banca. Se le imprese avessero comprato assicurazioni-opzioni, pagando un premio pari all’1-2% dell’importo assicurato, le opzioni sarebbero scadute senza danno e le banche non avrebbero cercato un rimedio attraverso strutture più rischiose.  Le banche hanno avuto il torto iniziale di imboccare una strada facile: invece di convincere gli imprenditori a pagare un premio hanno trovato il modo per aggirare l’obiezione. Gli imprenditori, se vogliamo attribuire un po’ di colpe anche a loro, le hanno spinte su quella strada a causa della loro riluttanza al pagamento di commissioni.

 

Il problema si ripropone oggi in regime di tassi estremamente bassi, ma con spifferi di inflazione in arrivo e forti fluttuazioni nelle materie prime. Le imprese devono comprare assicurazioni, quindi opzioni e non nuove strutture. E’ vero che la maggior parte delle banche ha imparato la lezione e propone oggi strutture molto meno aggressive e speculative, ma è altrettanto vero che alle imprese non occorre proteggersi da un aumento dell’1% nei tassi debitori finché restano così bassi. Le imprese devono scongiurare che il costo del debito, oggi al 3% o 4%, diventi improvvisamente 8% o 10% perché a quei livelli il conto economico non reggerebbe. Proteggersi da questo tipo di rischio è molto molto meno costoso di quanto si immagini e in molti casi del tutto appropriato.

 

Rimane il fatto che ridare fiducia alle imprese verso i derivati, ridare una verginità a un prodotto finanziario che ha causato perdite inimmaginabili a molte imprenditori sarà uno sforzo titanico per banche e consulenti.

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Pubblicato in: banche, derivati, PMI

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