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27 maggio 2010

Gli effetti del vulcano sofferenze per le banche


Prometeia, uno dei più autorevoli centri di ricerca italiani, ha presentato ieri il rapporto annuale di ‘Previsione dei bilanci bancari‘ sottolineando che l’aumento delle sofferenze avrà un picco proprio nel 2010 provocando un vertiginoso aumento delle rettifiche su crediti sino a toccare il 64% del margine lordo.  Come dire che ogni 3 euro guadagnati dalle banche italiane vengono bruciati dalle probabili perdite su crediti.

La notizia si commenta da sè. Non sono solo la poderosa manovra finanziaria e le parole del governo a ricordarci che la crisi è tutt’altro che finita, ma anche il dato del barometro dei bilanci delle banche che stanno accumulando montagne di sofferenze o bad loans.  Il fenomeno non desta preoccupazione di per sè sulla stabilità del sistema o sulle quotazioni di borsa dei titoli bancari, ma si presta ad alcune osservazioni in prospettiva di breve termine.

La prima è che si è già aperta -ed ora esploderà- una stagione florida per tutti coloro che operano nel recupero dei crediti in sofferenza.  La dimensione volumetrica e numerica, i tempi lunghi di recupero dei crediti inesigibili aumentano la propensione delle banche a liberarsi in fretta di questa massa scomoda (richiede accantonamenti e capitale) cedendola ad operatori specializzati, ottenendo ove possibile anche benefici fiscali dalla deducibilità delle perdite.  Il recupero crediti o la credit collection è un business in forte crescita a tutti i livelli, destinato ad assorbire personale, perché è un business con una lunga filiera di ‘recuperatori’ e non facilmente automatizzabile. I margini sono interessanti perché le banche cedono sofferenze a valori molto bassi e chi recupera riesce a spuntare valori più elevati.

La seconda è relativa al comportamento commerciale del sistema bancario, che si vede pressato a ricostituire nel 2010-2011 un margine quasi interamente eroso dalle perdite su crediti.  Cosa faranno le banche per limitare il danno nel conto economico?

Tenuto conto che la maggior parte dei margini delle banche italiane arriva dalla clientela retail (privati, professionisti, artigiani e piccole imprese), che in quel segmento di business la pressione competitiva dei nuovi entranti (CheBanca o Barclays) non lascia grandi spazi di manovra sulla raccolta e sui conti correnti, che i prodotti di investimento continuano a performare male e che le piccole imprese che possono indebitarsi ulteriormente sono oramai solo 1 su 2, il corridoio di difesa dei margini bancari è strettissimo.

Il settore ha già dato prova di modesta innovazione sul fronte dei prodotti e di avere raggiunto il limite nella riduzione dei costi di processo. Questo induce a pensare che la ricostituzione dei margini avverrà con meccanismi abbastanza ‘tradizionali’ quali l’aumento unilaterale delle condizioni (‘repricing‘) sia in termini espliciti dovunque la clientela non abbia potere contrattuale per resistere, sia con modalità striscianti come già accaduto nel caso della sostituzione della commissione di massimo scoperto, che in molti casi ha aumentato il perimetro di applicazione e il costo al cliente.

Chiunque provi un sottile piacere nel leggere che i bilanci bancari sono o saranno meno floridi trascura la probabilità di essere molto presto oggetto di qualche aumento di costi e commissioni.

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Pubblicato in: banche

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